70° Anniversario della Battaglia del San Martino – 9 giugno 2013

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70° Anniversario della Battaglia del San Martino – 9 giugno 2013

 

Siamo tre studenti dell’ultimo anno del Liceo classico «E. Cairoli» di Varese, Anna, Marco e Michele. Ieri è stato il nostro ultimo giorno di scuola. L’ultimo giorno di un percorso iniziato cinque anni fa e che si concluderà con gli esami di Stato, tra pochi giorni. Nel corso di questi lunghi cinque anni siamo cresciuti, siamo cresciuti fisicamente e spiritualmente. Ed il passaggio dall’adolescenza alla maturità è avvenuto in un contesto nel complesso sereno, rassicurante, pacifico. Le scelte o le decisioni che abbiamo dovuto compiere e quelle che intraprenderemo di qui a poco sono state, saranno, libere: noi decidiamo in che modo costruire il nostro futuro, verso quale direzione orientare la piena realizzazione del nostro essere, nell’autonomia della nostra ragione. Liberamente. E potremo agire in questo modo, perché abbiamo la consapevolezza di vivere in un mondo, in una società, che garantiscono la piena realizzazione della nostra persona.

Siamo stati sollecitati a fare queste riflessioni a seguito dell’incontro che abbiamo avuto, qualche settimana fa, nella nostra scuola, con Angelo Chiesa. Angelo Chiesa era appena adolescente nell’estate del 1943.
L’incontro con un ragazzo di quegli anni è avvenuto mentre stavamo studiando nelle ore di Storia la Resistenza italiana ed il modo in cui il passaggio dal fascismo alla democrazia si è compiuto nel territorio in cui viviamo. Ciò che più ci ha colpito, della testimonianza di Chiesa, e su cui siamo tornati a discutere in classe nei giorni successivi, è stato proprio riflettere sul mondo e sull’epoca storica in cui un adolescente, appena più giovane di noi ora, si è trovato a dover compiere delle scelte ben diverse da quelle che si impongono a noi o che abbiamo dovuto compiere in questi ultimi anni.
Quali sono state le scelte impegnative che abbiamo dovuto affrontare in questi anni? Forse, al massimo, se prepararci e studiare oppure trovare qualche scusa per evitare una interrogazione di Filosofia o di Greco. E adesso? Certo, viviamo tempi difficili, ed oggi ci arrovelliamo sul percorso universitario da affrontare, sulla strada migliore da intraprendere per garantirci un futuro sereno e sicuro. Nessuno però ci chiede di compiere scelte drammatiche né il tempo ce le impone. Non ci siamo mai trovati di fronte a situazioni come quella che, un paio di anni fa, abbiamo letto nel corso di una lezione su Socrate. Si tratta del racconto autobiografico di uno studente come noi, frequentante come noi un liceo classico. Ma nel 1943.
Francesco Berti Arnoaldi, nato nel 1926, ha ricostruito nel suo libro il viaggio compiuto negli anni Ottanta nella Germania orientale, alla ricerca del luogo in cui il suo amico di gioventù, il suo compagno di scuola, Giuliano Benassi, fu ucciso dai tedeschi dopo essere stato prelevato, nel febbraio del 1945, dal Lager di Flossenbürg. Con Giuliano aveva condiviso l’adolescenza e gli studi liceali a Bologna. E insieme condivisero l’esperienza della lotta al nazifascismo a partire dal 1943.
Francesco Berti Arnoaldi ricorda, ad un certo punto, come proprio tra i banchi di scuola sia maturata la consapevolezza, in quegli anni terribili, di dover compiere una scelta estrema.
«La verità – racconta l’autore – è che eravamo senza maestri, e cercavamo inconsapevolmente di essere maestri di noi stessi. Negli anni del ginnasio, il professore di lettere col quale passavamo il più del nostro tempo scolastico non ci poteva servire: era un prete romagnolo, bollente e pronto a commuoversi su un verso di Pascoli [...].
La religione del sacrificio per la patria, ed un fascismo accettato senza ribellione, era tutto quanto trovavamo nelle nostre famiglie [...]. In un universo così semplificato non poteva esserci posto che per il bianco o il nero. Non sospettavamo che le scelte che incombevano avrebbero avuto ben altra profondità.
L’incontro decisivo – lo vedo bene adesso – fu quello con Socrate, attraverso la parola del nostro primo vero maestro: il nostro professore di filosofia che, in prima liceo, ricevette dei giovani implumi e li riconsegnò, due anni dopo, alla scuola delle cose, non più disarmati. Non sapevamo, all’inizio del 1942, che il nostro liceo sarebbe durato solo due anni [...].
Tra lui e il preside fascista non v’era nulla in comune; e noi eravamo naturalmente con lui, ancora prima di diventare consapevoli del suo antifascismo (una parola che, d’altronde, non aveva mai pronunciata).

C’era, su tutto, la figura esemplare di Socrate che al rispetto della legge sacrificava volontariamente la vita: un esempio che ci confermava nella nostra accettazione dell’obbedienza al culto della patria fascista. E c’era lui, il professore, che ci mostrava col segno positivo della moralità l’atteggiamento critico, la ricerca del giudizio, le ragioni di staccarsi dal caldo alvo delle idee ricevute. La cosa più intrigante era che, tra il professore e Socrate, non esisteva nessun contrasto. Entrambi, il martire dell’obbedienza alle Leggi, e il maestro che ci conduceva alla critica e alla disobbedienza, parlavano la stessa lingua, senza contraddirsi. Come era possibile? Ci sarebbe piaciuto che la vicenda di Socrate avesse confortato il nostro desiderio di dedizione a tutto quello che identificavamo con la Patria: il Duce, i destini d’Italia, le leggi del nostro tempo (non erano, anch’esse, sorelle di quelle ateniesi?). Ma c’era, a impedirci quest’uso della parola socratica, la parola del professore, dalla quale non avremmo potuto staccarci. Bisognava trovare la soluzione dell’aporìa che cominciava a germogliare in noi. Era un pasticcio.»
Ecco, noi non ci siamo mai imbattuti, nel corso di questi ultimi anni, in un «pasticcio» di questo tipo. Non abbiamo mai dovuto affrontare scelte drammatiche, che avrebbero comportato conseguenze estreme.
Non ci siamo mai trovati di fronte ad un esame scolastico come quello a cui Cocito sottopone il partigiano Johnny nel romanzo di Beppe Fenoglio:
«Tu, Johnny: avvisti un fascista od un tedesco e ti appresti a sparargli [...]. Però, si presenta un però: sparandogli ed uccidendolo, può accadere che dopo un paio d’ore appaia nella località o nei paraggi una colonna tedesca o fascista e per rappresaglia la metta a ferro e fuoco, uccidendo dieci, venti, tutti gli abitanti di essa località. A conoscenza di una simile possibilità, tu Johnny spareresti ugualmente?
- No,- disse Johnny d’impeto e Cocito rise dietro gli occhiali -.
Continuiamo per questa strada irta ma istruttiva, converrete.. Johnny se tuo padre fosse fascista, e fascista attivo, al punto da poter compromettere la sicurezza tua e della tua formazione partigiana, tu ti sentiresti di ucciderlo?- Johnny chinò la testa, ma un altro disse con una certa foga stammering:- Ma professore, lei fa soltanto casi estremi.- La vita del partigiano è tutta e solo fatta di casi estremi.»
E allora? Perché ci troviamo qui oggi? Perché abbiamo accettato – e di questo ringraziamo voi tutti – l’invito a prendere la parola di fronte a voi, oggi?
Quando, nel 1942, il tenente colonnello Carlo Croce si trovò ad affrontare il viaggio che lo avrebbe portato verso il fronte russo, per compiere il suo dovere di soldato, consapevole della eccezionalità dell’esperienza che avrebbe vissuto e che avrebbe potuto richiedere il sacrificio della sua stessa vita, decise di affidare la sua testimonianza ad un quaderno. Aveva la convinzione che le sue memorie, affidate alla parola scritta, avrebbero assunto, in quel momento storico, un alto valore morale e civile. Quel quaderno, infatti, volle dedicarlo al figlio: «perché leggendo – scrisse -, si sazi di puro e umano amore per la sua Patria e pel mondo intero».
Questa dimensione etica del testimoniare, del farsi testimone per gli altri, è qualcosa che abbiamo scoperto progressivamente in questi ultimi anni, incontrando persone come Angelo Chiesa o come Liliana Segre. Quella generazione, la generazione di chi aveva la nostra età durante la guerra – nel periodo peggiore della guerra, tra il 1943 ed il 1945 –, ha oggi l’età dei nostri nonni. È una generazione che, naturalmente, sta uscendo di scena.
Oggi ci troviamo, noi tutti, a dover fare i conti con quella che lo storico David Bidussa ha definito l’epoca della «postmemoria» e che impone, a noi tutti, un ripensamento del rapporto tra storia e passato. Nel momento in cui «l’ultimo testimone scomparirà», saremo noi, «i sopravvissuti all’ultimo testimone», a dover dare un ordine ed un senso all’enorme «cumulo di storie, immagini, voci», che ci sono state affidate. Dovremo essere noi a farci carico della testimonianza e del ricordo per conto di coloro che non ci saranno più. Non un ricordo arido, archeologico o monumentale. Ma un ricordo vivo che dia un senso al nostro presente e ci aiuti a costruire il futuro. Quel «ricordare procedendo» di cui parlò Kierkegaard. Il filosofo danese preferiva utilizzare il termine «ripresa», opponendolo alla speranza e al ricordo:
«La speranza – diceva – è un vestito nuovo fiammante, che non fa pieghe né grinze, ma non puoi sapere se ti va, né come ti va, perché non l’hai mai indossato. Il ricordo è come un vestito smesso, per quanto bello non puoi indossarlo, perché non ti entra più. La ripresa è una veste che non si può consumare, che non stringe né insacca, ma dolcemente aderisce alla figura. La speranza è una bella fanciulla che ci guizza via dalle mani. La ricordanza è una bella vecchia che non ci offre mai quel che ci serve nel momento. La ripresa è una sposa amata di cui non accade mai di stancarsi, perché ci si stanca soltanto del nuovo, mai del vecchio e la presenza delle cose a cui si è abituati rende felici.»
È necessario essere giovani per sperare, ma ci vuole comunque e sempre il coraggio per «ricordare procedendo».
Le giovani e i giovani che settant’anni fa, in questi luoghi, hanno compiuto delle scelte estreme, mettendo in gioco le loro vite ancora in boccio, non potevano certo avere un’idea chiara del futuro né era scontato, allora, che a quel vago mondo che avevano in mente avrebbero preso parte anche loro. Ma se siamo qui oggi, se possiamo condurre le nostre vite entro binari sereni e rassicuranti, pure in tempi di crisi come quelli che attraversiamo, se possiamo pensare di costruire le nostre esistenze scegliendo liberamente cosa vogliamo essere, cosa vogliamo diventare, se possiamo guardare al futuro con fiduciosa speranza, lo dobbiamo a loro, lo dobbiamo a tutti coloro che hanno messo in gioco le loro giovani vite perché coltivavano il sogno di un mondo migliore, pacificato e libero. E poiché sappiamo (e questo lo abbiamo ben compreso studiando la storia) che nulla è dato per sempre, che i diritti e le libertà conquistati attraverso guerre, lotte e conflitti, possono essere sempre rimessi in discussioni, avvertiamo ancora di più sulle nostre spalle la responsabilità delle memorie che ci sono state affidate. Perché, come disse Piero Calamandrei incontrando gli studenti milanesi nel gennaio del 1955, «La libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica».
Anna Puricelli, Marco Foghinazzi, Michele Capasso
Classe 3a, sez. E, Liceo classico «E. Cairoli», Varese.